
Amanda Knox porta la sua storia al Fringe. Ma è davvero solo teatro?
di Carlo Amatetti
L'Edinburgh Fringe è il più grande festival di arti performative del mondo e, fin dalla sua nascita, è il luogo in cui gli artisti mettono alla prova idee, linguaggi e confini. Non sorprende, quindi, che tra gli spettacoli più discussi dell'edizione 2026 ci sia Cartwheel, il monologo autobiografico con cui Amanda Knox sceglie di raccontare la propria vita davanti a un pubblico.
Lo spettacolo non ricostruisce l'omicidio di Meredith Kercher e non pretende di offrire una nuova verità sul caso che sconvolse Perugia nel 2007. Amanda Knox porta in scena un'altra storia: quella della giovane americana arrestata, processata, assolta, trasformata in un simbolo mediatico e costretta per anni a convivere con un'identità costruita dai giornali prima ancora che dai tribunali. Un racconto che parla di carcere, reputazione, maternità e del tentativo di riprendersi la propria voce.
Ma basta questo a dissipare ogni dubbio etico?
Perché quando una vicenda personale nasce dalla morte di un'altra persona, il confine tra autobiografia e memoria collettiva diventa inevitabilmente sottile. Meredith Kercher non può raccontare la propria versione della storia, mentre Amanda Knox oggi può trasformare la sua esperienza in un libro, un podcast e perfino in uno spettacolo teatrale. È un diritto? Certamente. Ma è anche una scelta destinata a riaprire interrogativi che il tempo non ha mai davvero chiuso.
Dal punto di vista processuale Amanda Knox è stata definitivamente assolta dall'accusa di omicidio. Resta però la condanna per calunnia nei confronti di Patrick Lumumba e rimane uno dei processi mediatici più controversi della storia recente, segnato da errori investigativi, continui ribaltamenti di sentenza e da una narrazione che ha giudicato Knox non solo per le prove, ma anche per il suo carattere, il suo comportamento e perfino le sue espressioni. Una vicenda che continua ancora oggi a dividere profondamente l'opinione pubblica.
Proprio per questo Cartwheel è molto più di uno spettacolo inserito nel cartellone del Fringe. È un banco di prova per il teatro autobiografico e, più in generale, per il rapporto tra libertà artistica, memoria, responsabilità e percezione pubblica. Fino a che punto è legittimo trasformare un trauma in scena? Esiste una differenza tra raccontare sé stessi e riportare inevitabilmente al centro una tragedia che coinvolge anche altre persone?
Nel nostro approfondimento analizziamo lo spettacolo, ripercorriamo il caso Meredith Kercher, affrontiamo i dubbi etici che accompagnano questa operazione e ci chiediamo se il vero processo, oggi, non si svolga più in un'aula di tribunale ma davanti agli spettatori seduti in platea.
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