
Tipologia Evento:
webinar
Data:
24 giugno 2026
Orario:
19:00
Location:
online
Ingresso:
riservato ai soci
Stand Up Concert: quando la musica ride sul serio
In Italia l’ironia viene spesso trattata come una cosa leggera. Un soprammobile della cultura. Bella, simpatica, magari utile per chiudere una serata senza litigare troppo con i parenti. Ma appena entra in territori considerati “seri”, come la musica, la politica, la poesia o la critica sociale, qualcuno storce il naso. Come se ridere fosse il contrario di pensare.
La masterclass Stand Up Concert nasce proprio da qui: dall’idea che musica e ironia non siano due linguaggi separati, ma due strumenti capaci di raccontare il mondo con una precisione chirurgica. Solo che uno usa le note, l’altro usa la crepa. E quando funzionano insieme, non fanno solo sorridere. Fanno male nel punto giusto.
Perché sì, spesso si ride per non piangere. Ma non è una fuga. È un metodo di sopravvivenza. È il modo più elegante per dire una verità scomoda senza doverla servire con il camice bianco e il grafico a torta.
La musica italiana ha avuto maestri straordinari in questo senso. Enzo Jannacci, per esempio, è stato molto più di un cantautore “strambo” o “surreale”, come spesso viene liquidato con la velocità con cui si archivia una pratica fastidiosa. Jannacci è stato uno dei più grandi poeti della musica italiana. Forse il più grande. Non perché cercasse la battuta, ma perché riusciva a trasformare gli ultimi, i matti, gli invisibili, gli sconfitti e gli stonati in personaggi universali. Gente che inciampava nella vita, ma con una dignità enorme. A volte più grande di chi cammina dritto.
Non tutti sono d’accordo, naturalmente. Ed è giusto così. Anche perché in Italia, quando dici che Jannacci è stato un poeta, qualcuno ti guarda come se avessi appena proposto di mettere il bianchetto sulla Divina Commedia. E invece è proprio lì il punto: l’ironia, quando è alta, non abbassa il discorso. Lo rende più umano.
In questa tradizione si inserisce anche Francesco Baccini, che in una recente intervista a Fattitaliani racconta il suo ritorno discografico con un progetto che recupera una delle sue armi più riconoscibili: l’ironia. Il nuovo singolo “On. Gino Piripozzi”, che anticipa l’album “Nomi e Cognomi Due”, mette in scena un politico immaginario, ma purtroppo molto riconoscibile. Un personaggio che sembra inventato, finché non accendi la televisione, apri un social o ascolti certe frasi pronunciate con grande convinzione da persone vestite benissimo.
Baccini costruisce una festa swing per raccontare qualcosa di inquietante. È una scelta perfetta, perché la satira funziona spesso così: ti invita a ballare mentre ti mostra il burrone. Il brano ha arrangiamenti caldi, rhythm & blues, big band, musicisti veri, fiati veri, sudore vero. La direzione è del Maestro Mauro Ottolini. Dall’altra parte, però, il videoclip è realizzato completamente con l’intelligenza artificiale. Il contrasto è interessante: da una parte la musica suonata, fisica, artigianale; dall’altra un immaginario sintetico, filtrato, virtuale. Come se Baccini dicesse: guardate che il presente è questo, una big band che suona mentre l’algoritmo decide chi deve sembrare importante.
E qui la satira diventa contemporanea. Gino Piripozzi non è solo un politico finto. È il simbolo di un sistema in cui l’immagine precede il contenuto, la simpatia obbligatoria sostituisce la competenza, la viralità diventa curriculum. Una volta dovevi conquistarti un palco. Oggi, a volte, basta conquistare un formato verticale.
Baccini lo dice chiaramente: oggi sembra quasi una provocazione ricordare che la musica è ancora una professione. Che servono studio, mestiere, ascolto, tempo, errori, gavetta. Tutte parole che non entrano bene in un video da quindici secondi, infatti non le usa quasi più nessuno.
La cosa interessante è che Baccini non rimpiange semplicemente “i bei tempi”. Non fa la solita lamentazione da artista adulto contro i giovani, che è un genere musicale a parte, spesso in tonalità rancore minore. Il suo discorso è più profondo: riguarda il modo in cui il sistema culturale produce artisti, personaggi, identità. I talent, i social, la competizione continua hanno trasformato l’espressione in performance permanente. Devi arrivare subito, devi essere riconoscibile subito, devi restare visibile sempre. Anche quando non hai niente da dire. Soprattutto quando non hai niente da dire, verrebbe da aggiungere.
In questo senso tornano fondamentali figure come Jannacci, Gaber e tutti quegli outsider che non cercavano la perfezione, ma una voce. Artisti laterali, spesso apparentemente sbagliati, capaci però di lasciare un segno molto più profondo di tanti prodotti perfettamente confezionati. Baccini racconta di essere stato attratto proprio da loro: da quelli strani, da quelli che non vincevano necessariamente, ma restavano. Ed è una lezione enorme, soprattutto oggi, in un tempo in cui molti sembrano voler essere “alternativi” esattamente nello stesso modo.
L’ironia nella musica serve anche a questo: a rompere la standardizzazione. A ricordarci che un artista non è solo qualcuno che canta bene, ma qualcuno che vede diversamente. E chi vede diversamente, spesso, fa ridere. Non perché sia superficiale, ma perché coglie il dettaglio assurdo che gli altri hanno normalizzato.
Il punto centrale di Stand Up Concert è proprio qui: la comicità musicale non è una decorazione. Non è il momento simpatico tra due canzoni serie. È un linguaggio autonomo, con regole, tempi, precisione, sottotesti. Una canzone ironica non è una canzone “meno importante”. È una canzone che usa un’altra porta d’ingresso. Magari quella di servizio, perché da lì si vede meglio la cucina del potere.
Jannacci lo sapeva. Gaber lo sapeva. Baccini lo sa. L’ironia permette di dire ciò che detto frontalmente diventerebbe predica. E la predica, in musica, è pericolosa: dopo trenta secondi il pubblico comincia a guardare l’uscita di sicurezza con affetto.
La grande canzone ironica, invece, non spiega troppo. Ti porta dentro un personaggio, una storia, un tic sociale, una contraddizione. Ti fa ridere e poi ti lascia lì, con quella risata che continua a lavorare. Come una digestione culturale un po’ lenta, ma necessaria.
Quando Baccini dice di aver scelto la musica perché “non ha limiti d’età”, e che altrimenti avrebbe fatto il calciatore, dice una cosa molto più seria di quanto sembri. La musica permette di continuare a giocare anche quando il corpo non corre più come prima. Ma per continuare davvero bisogna avere progetti, curiosità, visione. Non basta sopravvivere artisticamente. Bisogna restare accesi.
E forse è proprio questa la differenza tra chi segue il pubblico e chi segue una visione. Chi segue il pubblico rischia di inseguire un algoritmo che ha già cambiato idea. Chi segue una visione, magari arriva più lentamente, ma resta. Fellini faceva Fellini. Jannacci faceva Jannacci. Gaber faceva Gaber. Baccini continua a fare Baccini.
In un’epoca in cui tutto sembra misurato in follower, reaction, visualizzazioni e velocità, la musica ironica ci ricorda una cosa semplice: il contenuto conta ancora. La personalità conta ancora. La libertà conta ancora. E anche una risata, quando è scritta bene, può essere un atto politico, poetico e musicale.
Perché ridere non significa non prendere sul serio le cose.
Significa aver capito che, certe volte, per prenderle davvero sul serio bisogna smettere di fingere serietà.
Per prenotarti manda una mail a info@osservatoriofeldman.it scrivendo
in oggetto:"Prenotazione Masterclass: Baccini"
